Votazioni: il cantone di Lucerna si è espresso sull’uso del suolo, intervista con Benedetto Antonini

07.12.20

Benedetto Antonini

Benedetto Antonini, architetto e urbanista, membro del comitato dell’iniziativa paesaggio

Il Cantone di Lucerna ha respinto due iniziative popolari che proponevano una migliore protezione del suolo coltivabile. Il settore turistico avrebbe potuto approfittarne…

La motivazione paesaggistica e quindi turistica può essere cavalcata perché utile, ma non è la più importante. L’argomento più importante è, di certo, quello della garanzia dell’autonomia alimentare con prodotti sani e non avvelenati dalla chimica o dalle biotecnologie. Questo è uno dei principi dello sviluppo sostenibile.
Basare il sostentamento della popolazione sulle importazioni, significa sottomettersi, ancor più che in Svizzera, agli interessi delle lobbies agroindustriali che impongono l’uso dei loro prodotti incuranti della salute pubblica.

Il cantone di Lucerna è un caso particolare o anche altri cantoni hanno lanciato iniziative simili?

Nel cantone Ticino un gruppo di associazioni ha lanciato una simile iniziativa legislativa già nel 2014, raccogliendo quasi 15’000 firme, oltre il doppio del numero minimo richiesto in tre mesi. Il testo è tuttora davanti al Gran Consiglio. Questo modo di fare la dice lunga sull’asprezza dello scontro degli interessi e sul funzionamento della politica!

Perché l’uso del territorio, e quindi la pianificazione del territorio, è una questione così importante?

Perché il territorio è un bene comune non estendibile, ma è anche un bene privato che contiene valori affettivi ed economici. Il territorio ha incominciato ed essere una categoria economica fin da quando homo sapiens si è sedentarizzato, diventando coltivatore e allevatore. È quindi un bene fondamentale da circa 10’000 anni.
Da allora non ha cessato di essere la base della sopravvivenza dell’umanità. Paradossalmente, le crisi pandemica cha riportato d’attualità questa verità atavica, ovvero la necessità di ridare l’importanza che deve avere all’autonomia alimentare della nazione. Uno dei compiti non facili della pianificazione del territorio è proprio quello di assicurare un limite chiaro ed invalicabile tra territorio edificabile e quello non edificabile, segnatamente quello coltivabile. In questo la prima Legge federale sulla pianificazione territoriale (1979) è stata antesignana e chiaroveggente, ma non sufficientemente incisiva, tant’è che, a questo riguardo, la Confederazione ha dovuto modificare la Legge nel 2015.
In Ticino, l’applicazione dell’articolo 15 a livello di Piano direttore ha dato adito a innumerevoli ricorsi da parte dei comini. Il Gran Consiglio, chiamato a decidere sui detti ricorsi, non è ancora riuscito a trovare una soluzione politicamente accettabile e, pertanto, l’estensione delle zone edificabili rimane, giustamente, congelata.

La pianificazione territoriale è una questione nazionale o cantonale?

Tutti i livelli della pianificazione territoriale sono attivi entro limiti definiti dalla legge specifica, con una preoccupazione fondamentale, quella di rispettare il principio di sussidiarietà. In situazioni particolari, tuttavia, anche i limiti di competenza fissati dalla legge, nell’interesse generale, devono essere travalicati..

La disciplina della pianificazione territoriale sarà sempre un esercizio difficile. Per definizione essa è sistemica e tocca, quindi, moltissimi campi e interessi, sovente in contrasto tra di loro.
È quella che chiamo la dialettica costitutiva della disciplina.

Il pianificatore deve trovare le linea d’equilibrio tra due polarità e questa linea varia continuamente a seconda della congiuntura. Ad esempio, deve trovare la via di accettabilità tra conservare e trasformare, tra gli interessi della generazione attuale e quelli delle generazioni future, tra l’urgenza delle misure e la democraticità del processo decisionale.

Come vede il risultato della votazione (iniziative respinte) in relazione all’iniziativa federale sul paesaggio?

Penso che gli obiettivi delle due iniziative siano giusti e necessari, perché orientati al medio e lungo termine. Questa loro caratteristica si scontra, tuttavia, con le tendenze politiche attuali notoriamente orientate solo al breve termine.
La popolazione è molto incline ad ascoltare le cornamuse populistiche che accarezzano i sentimenti comuni nel senso del pelo e cavalcano le paure ancestrali, celando i propri interessi.

Per questa ragione il discorso della gestione oculata e parsimoniosa del territorio è difficile. Per ottenere il necessario consenso di popolo e cantoni bisogna sviluppare un impegno didattico enorme per spiegare le ragioni profonde che giustificano dei sacrifici sopportabili oggi, per evitare grandi problemi nel futuro. Una buona strategia d’informazione fondata su fatti concreti e trasmessa da personalità carismatiche dev’essere studiata e messa in atto tempestivamente.

Come affermato da Edgar Morin, non possiamo sprecare la crisi pandemica, tornando a comportarci come prima che arrivasse. La crisi, infatti, ci ha fatto toccare con mano molti difetti della globalizzazione e della politica di breve termine, ma ci ha fatto ritrovare, altresì, le virtù del localismo, delle relazioni di vicinato, del chilometro zero, dell’economia circolare, dell’empatia sociale. Vediamo di ripartire fondandoci su questi valori rinati.

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